di Vincenzo Mastronardi – Istituto Comprensivo “John Dewey” (San Martino in Pensilis – CB)

Il libro

Giacomo Leopardi, Il passero solitario, Napoli 1835 (prima edizione)

Un accenno di trama

Giacomo Leopardi, autore romantico, scrive questo idillio nel 1835. Narra di un passero solitario, del quale si immedesima nei comportamenti, infatti sia il passero che lo stesso autore hanno una vita malinconica e asociale.

Cosa ne penso

Il passero solitario non è un libro, ma una nota poesia di Giacomo Leopardi, illustre autore recanatese Romantico italiano. In questo lungo testo poetico, ricco di termini anche semplici, il poeta compara la sua vita triste e malinconica a quella di un passero solitario. L’opera è divisa in tre grandi strofe. Nella prima, l’autore descrive il comportamento del passero che, agli inizi della primavera, non si gode il divertimento tra le campagne, come gli altri della sua specie. Nella seconda (strofa), Leopardi parla di una festa, che si tiene nel borgo di Recanati, alla quale sta partecipando la gioventù del posto, che mira ed è mirata, ovvero che guarda e viene guardata a sua volta con ammirazione o semplicemente con allegria proprio da altra gioventù. Leopardi, dunque, non partecipa alla festa del suo paese, isolandosi dal sollazzo e riso. Il poeta paragona quindi il passero solitario a se stesso, che quasi fugge da questo divertimento, che è la festa. Secondo me questo idillio è la massima espressione dello stato d’animo perennemente cupo di Giacomo Leopardi. Personalmente, i versi de Il passero solitario mi piacciono molto e, tra le poesie fin’ora incontrate, è sicuramente la poesia leopardiana che preferisco. Mi verrebbe da dire che Leopardi l’abbia scritta come sfogo di ribrezzo alla sua vita, ma, riflettendoci sopra e rileggendola, non la vedrei più come tale. Infatti, Leopardi era solito scrivere tutto ciò che vedeva o a cui assisteva o di cui provava sensazioni e sentimenti, perciò poeta romantico. Di conseguenza, per lui era normale (per quanto normale possa essere considerata una vita come la sua, che è stata diversa anche rispetto ad altri intellettuali dello stesso periodo) assistere al divertirsi in terza persona. Alla fine della poesia, il poeta fa una riflessione, che credo ben pochi ragazzi d’oggi farebbero e, in forma di parafrasi, la seguente: “Un domani, che cosa penserò del ‘me’ odierno? Cosa penserò di questa mia voglia di solitudine?” Queste le domande che si pone l’autore, ma mi chiedo, se se le sia mai davvero poste. La risposta credo sia NO, per due motivi: la sua morte prematura, la quale gli ha impedito di raggiungere la tanto odiata vecchiezza, e il fatto di dover vivere poi con il rimorso di aver sprecato la primavera della vita, gli anni migliori, la giovinezza.
E interrogandomi io stesso, dico: “Come un uomo, tanto cupo e malinconico, possa aver scritto opere di un valore talmente inestimabile da restare nei libri di letteratura per secoli? Come un autore quale Leopardi, costretto allo studio e alla perfetta conoscenza della lingua, non sia finito per ripudiare la letteratura stessa (così come, certe volte succede tra i nostri banchi di scuola)? Forse è proprio questo aspetto della sua personalità dalle mille caratteristiche che resero Giacomo ‘Leopardi’”.

Una frase da citare

“Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio!”

Affinità elettive

Lo Zibaldone di pensieri e Le Ricordanze, sempre di Giacomo Leopardi.

Il sito web dell’Istituto Comprensivo “John Dewey”: www.icsanmartinoinpensilis.edu.it.

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